Viaggio in cortile: la vita ai tempi del Coronavirus

In quarantena, per molti il cortile è la salvezza. Appena è scoppiato il delirio mi sono trasferita dal mio ragazzo. Ero già di casa, ma è assurdo come si possa vivere a pochi metri di distanza senza conoscere i vicini. Solo “grazie” a una pandemia abbiamo ritrovato il giusto tempo da dedicarci. È questa la vita ai tempi del Coronavirus: un cortile non è più un luogo di incroci fortuiti e frenetici, ma un luogo di convivenza coi suoi personaggi e la sua routine. Più che nello stesso cortile siamo sulla stessa barca, e la vicinanza rincuora.

la vita ai tempi del coronavirus

La casa è di ringhiera vecchia Milano, con due corti e ancora i vecchi bagni in comune. Noi siamo fra quei fortunelli senza balcone o terrazzo, e per respirare all’aria aperta ci sediamo sul ballatoio di fronte alla porta di casa. Ed è così che il palazzo prende vita.
Nel cortile di fianco al nostro c’è fissa la rete per i tornei di volano padre/figlio. C’è “il signore che legge”, che tutti i giorni si siede sulla panchina libro in mano per godersi il sole. La coppia di sportivi che nel weekend si sfianca di esercizi. C’è l’omone logorroico che scende in cortile per scambiarsi, attraverso la finestra, prelibatezze culinarie con la vecchina del piano terra.
Ognuno cerca le sue piccole grandi gioie, il tutto a debita distanza e con mascherina perché è così che funziona.

Sabato mattina stavo leggendo sul ballatoio, quando le mie orecchie odono una voce maschile miracolosa, giusto un paio di strofe per farmi venire la pelle d’oca. Non è la voce di uno che canta sotto la doccia, è la voce di uno che canta per mestiere. Un’intonazione, una passione e una potenza che senti solo a teatro. E infatti è lì che lavora cantando nei musical. Appena l’ho visto (stava apparecchiando per la colazione il tavolino sul ballatoio) gli ho detto “GRAZIE TI PREGO ANCORAAAAA” e mi sono fatta gli affari suoi.
Dalla finestra di fronte si è affacciato un altro ragazzo, ha iniziato a chiacchierare con lui, poi mi ha guardato e sorridendo mi ha detto “Buongiorno!”. Eravamo molto lontani, ma è stato come se ci fossimo stretti la mano a una festa.

la vita ai tempi del Coronavirus

Questi ragazzi non li avevo mai visti, Barbara invece è la nostra dirimpettaia, ma solo l’altro giorno ci siamo presentate. Avevamo chiacchierato di corsa qualche volta perché adoravo la sua cagnolona vecchia e tenerissima, ma l’altro giorno quando anche lei era seduta fuori dall’uscio, abbiamo parlato a lungo. Perché adesso né io né lei abbiamo fretta.
E niente, è una naturopata che sta studiando per lavorare nel sociale. Mi ha parlato della povera gente che aiuta qui a Milano. Le ho detto che io non riuscirei, soffrirei troppo, e la risposta è stata chiara. “Dopo quello che ho visto in Africa, ho capito che o cedevo all’emotività e non facevo nulla, o mettevo un distacco e davo una mano“. Così mi ha parlato del volontariato in Cambogia e nelle Filippine, del suo viaggio in Birmania. “Vai prima che il turismo di massa rovini tutto anche lì!”.

Ogni tanto mi chiedo se sia la mia mente a romanzare tutto, ma non importa. Nel mio di palazzo le cose vanno diversamente. Due vicini di casa sono morti. Una coppia di anziani che incrociavo sempre, appunto, in cortile. Non parliamo di sterili numeri da statistica, ma di due persone sorridenti e gentili che non meritavano di essere falciate così. La figlia, che vive nell’appartamento di fianco, è uscita dalla rianimazione per fortuna.
Mi si è spezzato il cuore. Ed è stata la prima volta che il virus ha ammazzato qualcuno che conosco. Non un anonimo a Bergamo o Brescia, ma persone che salutavo, con cui chiacchieravo, che avevano una vita.
Siamo rinchiusi fra quattro mura con un’incognita allucinante che mozza il fiato, ma siamo VIVI, è questo che conta. Il resto è storia per i libri di scuola.

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